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IL
PIANOFORTE storia e
realtà
di Claudio
Proietti
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LA NASCITA
Se molte cose hanno contribuito a fare del pianoforte una
leggenda, tra queste non è certamente la sua storia, tracciata con linee sottili ma nette
e continue dagli albori del Settecento a oggi.
il pianoforte (ricordiamo subito che è nato 'a coda', cioè con
corde orizzontali come gli altri strumenti a tasto in uso all'epoca in cui nacque), ha
perfino un padre, tutti Io sanno, di nome Bartolomeo Cristofori nato a Padova il 4 Maggio
1655. Passato alla storia come l'inventore del pianoforte, il povero Bartolomeo, come ha
ben chiarito Piero Rattalino nella sua recente "Storia del Pianoforte" alla
quale dichiariamo una volta per tutte il nostro debito di informazione e suggerimenti, fu
molto più verosimilmente lo strumento geniale e artigianalmente impeccabile nelle mani di
quell'irrequieto gruppo di intellettuali fiorentini che agli inizi del XVIII secolo
consideravano ormai inattuale la congenita limitatezza nell'esprimere le passioni
dell'esangue clavicembalo.
Pure smanie da intellettuali, un po' fuori dal tempo, in questo
caso in anticipo, se è vero che nessuno dei grandi musicisti allora operanti in Europa
accettò con entusiasmo il nuovo strumento. lì "Gravicembalo col Forte e col
Piano" conobbe una diffusione abbastanza rapida; dal momento della sua invenzione,
ormai fissato nell'anno 1698, e da quello della sua ufficiale divulgazione (l'articolo di
Scipione Maffei sul "Giornale de' Letterati d'Italia" del 1711) numerosi modelli
di clavicembali a martelli vennero costruiti a Parigi da Mari us, in Germania da Schròter
e Silbermann, in Spagna da Ferrini.
Tuttavia nè Bach padre, nè Haendel, nè Scarlatti, nè
Couperin, nè Benedetto Marcello dimostrarono un interesse particolare per il nuovo
strumento che dovette attendere la successiva generazione di compositori e di costruttori
per affermarsi pienamente.
PIZZICO E PERCUSSIONE
 In
che cosa consisteva esattamente il meccanismo messo a punto e perfezionato poi
continuamente fino al 1731, anno della sua morte, da Bartolomeo Cristofori? La struttura
acustica del clavicembalo rimase inalterata così come la forma esteriore: un piano ligneo
raccoglie e amplifica le vibrazioni di una serie di corde sovrastanti, tese e sostenute da
un telaio orizzontale a forma di arpa. La prima differenza sostanziale è nel mezzo usato
per mettere in vibrazione le corde. Il clavicembalo, ultimo e perfezionatissimo anello
della lunga catena de-gli strumenti a pizzico, utilizzava i salterelli. Come mostra
l'illustrazione i questi sono asticciole di legno poggiate vertical mente su un'estremità
del tasto. Nella prima parte superiore del salterello è im -perniata la lingua che a sua
volta porta infisso orizzontalmente un plettro, di solito di penna di corvo, normalmente
posto subito sotto la corda
(VEDI
ANIMAZIONE). Secondo il principio della leva abbassando l'estremità
esterna del tasto il salterellosubisce un moto verso l'alto, un perno e una piccola molla
mantengono la lingua in posizione verticale e consentono al plettro, che sporge
orizzontalmente, di pizzicare la corda . Interrotta la pressione sul tasto il plettro
ricade e il nuovo contatto con la corda costringe la lingua a ruotare spostando il plettro
di quel tanto che basta ad evitare un nuovo pizzico della corda. Superato l'ostacolo la
molla riporta il tutto nella posizione iniziale, dove pezzetti di feltro o cuoio,
applicati lateralmente alla sommità del salterello, provvedono a smorzare la vibrazione.
Lo strumento di Cristofori è invece uno strumento a
percussione, in cui la corda è messa in vibrazione dal colpo diretto di un
"martelletto" azionato anchesso dall'abbassamento del tasto.
L'idea è eccellente e risponde in pieno alle attese perchè
l'eliminazione della resistenza sempre uguale del plettro contro la corda, superabile con
una quantità di forza ben precisa e indipendente da qualunque diversificazione
dell'azione sul tasto, dà spazio a un movimento dei martelletti graduabile in velocità
direttamente dalla forza applicata con le dita sui tasti, forza che è quindi responsabile
immediata del volume di suono emesso.
lì meccanismo della percussione porta con sè ovviamente
conseguenze cariche di profonde implicazioni anche al livello della più intima
strutturazione del suono. Ci riferiamo particolarmente a quegli elementi denominati
"transitori d'attacco e di estinsione" dai quali dipendono le peculiarità
timbriche di ciascun strumento. A dimostrare una tale affermazione bastano le esperienze,
riportate anche da Leipp in "Acoustique et musique", di tagliare i primi
millimetri di un nastro su cui sia registrato un suono, eliminando cosi il transitorio
d'attacco, oppure di.intervenire sul livello di registrazione dopo la stabilizzazione del
suono modificando artificialmente la sua caduta e cioè il suo transitorio d'estinsione.
Ebbene in entrambi i casi ascoltatori-cavie non saranno in grado di riconoscere lo
strumento che ha emesso quel suono.
Come rende evidente la Fig. 2 (in cui
un suono del pianoforte è confrontato con due suoni della stessa altezza e della stessa
intensità emessi da un violino e da un flauto) l'attacco percorso del pianoforte traccia
sul sonogramma un tronte verticale molto netto e definito, mentre il transitorio
d'estinsione si allunga vistosamente con una progressiva scomparsa delle varie componenti
armoniche.
LA
MECCANICA CRISTOFORINA E IL CLAVICORDO
Ma
all'inventore del pianoforte si presentava un problema di assai difficile
soluzione che era già stato la causa del mezzo fallimento dei clavicordi,
prezioso e affascinante oggetto sonoro giustamente considerato il vero
progenitore dei pianoforte. Era questo, infatti, uno strumento a percussione che
sfruttava un meccanismo molto semplice (fig. 3) cui non era necessario alcun
dispositivo intermedio tra tasto e corda. L'estremità interna dei tasti era
dotata di tangenti, piccole lamine d’ottone, che percuotevano direttamente le
corde con il solito sistema della leva. Contatto immediato quindi fra la mano
dell'esecutore e la corda che risuonava finché il tasto rimaneva premuto, con
una gamma espressiva praticamente infinita e un perfetto uso del legato, del
cantabile e perfino del vibrato. Ma anche sonorità ovattata e scura, vere e
proprie difficoltà d’emissione e soprattutto un timbro reso sordo dal
contatto permanente dalla tangente con la corda fino al momento in cui
l'esecutore non toglieva il dito dal tasto.
L'uovo
di Colombo ideato da Cristofori
per conciliare le sonorità nette e pungenti dei clavicembalo con l'intensità
graduabile dalle dita del clavicordo, consisteva nel rendere indipendente la
parte posteriore del tasto da qualunque oggetto che entrasse in diretto contatto
con la corda; quindi completa libertà d'azione fra tasto e congegno
suonante.(fig. 4)
FIG.4
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A
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CORDA
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B |
TAVOLACCIO SU CUI POGGIA LA TASTIERA
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C |
TASTO
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D |
ZOCCOLETTO |
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E |
SECONDA LEVA DEL TASTO |
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F |
PERNO
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G |
LINGUETTA
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H |
GANASCE CHE IMPERNIANO LA LINGUETTA
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I |
FILO D'OTTONE CHE TIENE FERMA LA LINGUETTA
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| Premuto
il tasto C la sua parte interna alza una seconda leva Eimperniataad F in
modo che alzandosi in E si abbassi in O, liberando la corda dal fermo
dello smorzatore R. Alla seconda leva è applicata una linguetta G che
alzandosi urta e spinge in su il martello O. La cosa importante è che
la seconda leva E e conseguentemente la linguetta G, essendo munite
delle molle I e L tornano immediatamente in posizione di riposo
lasciando che il martelletto, per forza di gravità, ricada in basso
liberando la corda. Ciò permette che la corda sia colpita in modo secco
e diretto, con uno "scappamento" immediato del martelletto,
producendo quindi una vibrazione libera e ricca, variabile, a seconda
del tocco. Dall'illustrazione risulta inoltre ovvio come, interrotta la
pressione sul tasto, lo smorzatore R torna a fermare la vibrazione della
corda.
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L |
MOLLA
DI FILO D'OTTONE CHE SPINGE LA LINGUETTA
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M |
PETTINE PORTA MARTELLI
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N |
ROTELLA DEL MARTELLO
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0 |
MARTELLO
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P |
FILI
DI SETA INCROCIATI SUI QUALI POGGIANO LE ASTE DEI MARTELLI
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Q |
CODA DELLA SECONDA LEVA
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R |
SMORZATORE
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S |
REGOLO
DI LEGNO CHE RINFORZA IL PETTINE
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Cristofori
lavorò continuamente a perfezionare la sua preziosa invenzione allungando la
leva del tasto, facendo cadere gli smorzatori dall'alto con una posizione a
cuneo fra due corde unisone che aumentavano la sonorità dello strumento,
ideando il paramartello che frenava il rimbalzo del martello. Tuttavia il
costruttore padovano riuscì in realtà a realizzare pochi pianoforti dei quali
ne rimangono conservati solo tre: uno del 1720 al Metropolitan Museum of Arts di
New York, uno del 1722 di proprietà del conte Giusti del Giardino alla
Sovrintendenza alle Gallerie del Lazio di Roma, uno del 1726 al
Musikinstrumenten Museum dell'Università di Lipsia.
SCHROTER
E SILBERMANN
Precedentemente
abbiamo già ricordato il nome di Christoph Gottlieb Schroter che presentò
l’11 Febbraio 1721 alla corte di Augusto il Forte Elettore di Sassonia due
suoi clavicembali a martelli. Non ottenne tuttavia un grande successo se è vero
che in seguito si dedicò esclusivamente all'attività compositiva e
organistica. L'unica sua sortita fu nel 1738 quando pubblicò un lettera, in cui
definiva Cristofori "suo infelice imitatore", che diede il via alle
annose polemiche sulla vera paternità dei pianoforte sciolte solo pochi anni fa
dalle osservazioni definitive di Mario Fabbri.
| FIG.5
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La
sua meccanica (fig. 5) appare in tutto simile a quella cristoforina tranne che
nel curioso particolare dello smorzamento R applicato alla coda del martelletto
stesso.
Maggiore
fortuna arrise a Gottfried Silbermann che dopo vari tentativi compiuti a Dresda,
dal 1726 riuscì, primo nella storia del pianoforte, a iniziare una produzione
quasi industriale grazie al favore del principe Rudolf di Schwarzburg
Rudolfstadt e soprattutto del re musicista di Prussia Federico II il Grande che
acquistò da lui vari strumenti.
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FIG.6
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Nella
sua meccanica (fig. 6) si nota l'elevazione della seconda leva E al di sopra dei
grilletto G che è applicato direttamente sul tasto, l'evidente allungamento
della leva del martello e la mancanza degli smorzi.
C'è
comunque da precisare che in questa fase preindustriale gli strumenti erano
costruiti con tanta lentezza che la loro meccanica poteva subire modificazioni
anche sostanziali rispetto ai precedenti.
Questi
primi diagrammi quindi vanno intesi come esemplificazioni indicative.
Gli
allievi, o più propriamente apprendisti, di Silbermann costituirono il miglior
veicolo di diffusione della nuova meraviglia meccanica. In molti si
sparpagliarono in tutta Europa, ma tra le altre si distinsero, per la
particolare importanza degli sviluppi cui diedero luogo, le attività di Stein
ad Augusta e di Zumpe a Londra.
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IN
INGHILTERRA
Le
fertili strutture protoindustriali offerte dall'Inghilterra negli anni sessanta
del '700, più agili rispetto a quelle della corrusca Germania della Guerra dei
Sette Anni, facilitarono l'ulteriore cammino tecnologico del pianoforte. Fu,
infatti, proprio a Londra che Americus Backers, olandese, e John Broadwood,
scozzese poterono produrre le successive più importanti modificazioni alla
meccanica dello strumento. Il primo applicò il pedale di risonanza e perfezionò
il meccanismo di "una corda" adattandolo a un'azione anch'essa a
pedale. Entrambe le innovazioni meritano di essere sottolineate perchè aprono
al pianoforte le strade della modernità strumentale.
Il
pedale di risonanza richiederebbe una trattazione a parte e del resto ad esso
sono dedicate ottime pagine lungo tutto il già citato libro di Rattalino. In
questa sede sarà opportuno specificare che, lungi dal ridursi alla mera
funzione di pedale "del forte", come sommariamente viene di solito
definito, esso innesta nello strumento il sistematico sfruttamento della
risonanza per simpatia e conseguentemente del fenomeno degli armonici che, se ci
è consentito il traslato, possono anche essere "visualizzati". Ciò
avviene grazie a un meccanismo che, azionato dal pedale di destra, solleva
contemporaneamente tutti gli smorzatori consentendo così la vibrazione
prolungata delle corde effettivamente percosse e per simpatia di quelle
corrispondenti alle loro note armoniche.
| FIG.7
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Un
esempio dei tutto indicativo viene dato nella fig. 7 in cui sono indicate: la
corda messa in azione dal martelletto e (con linea tratteggiata) quelle
corrispondenti ai primi sette armonici vibranti per simpatia (vedi avvertenze
punto due prima parte).
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Per
quanto riguarda il pedale di una corda esso si rende attuabile solo quando, per
potenziare e migliorare la sonorità dello strumento, si ricorre al raddoppio o
al triplicamento delle corde di ciascuna nota nelle zone mediana e acuta del
pianoforte. Riuscendo a spostare verso destra la tastiera e tutta la meccanica,
come già aveva tentato Cristofori ma con un meccanismo azionato a mano, si
poteva far si che i martelletti colpissero solo una o due delle corde unisone
diminuendo considerevolmente quantità e qualità del suono.
| FIG.8 |
Toccò
tuttavia a John Broadwood, dotato di una mentalità pratica e finemente
commerciale, di riuscire a rendere industrialmente proficue queste
innovazioni e le altre da lui stesso ideate riguardanti soprattutto la
meccanica (fig. 8) e l'irrobustimento del telaio, il che consentì di
applicare corde sempre più tese e grosse e di ampliare l'estensione
della tastiera. Nella sua meccanica si nota la scomparsa della seconda
leva e l'azione del grilletto G direttamente nella base N del
martello.Agendo sulla vite e sul bottone GG è possibile regolare
facilmente lo scappamento. |
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A
VIENNA
Cominciò
così la differenziazione geografica delle caratteristiche sonore e meccaniche
degli strumenti. I pianoforti inglesi (oltre al Broadwcod, il Tomkinson, Lo
Stodart, il Collard) dotati di corde più robuste e di martelletti più duri
producevano conseguentemente una sonorità più ampia e prolungata degli
strumenti viennesi più agili e brillanti. Non a caso Clementi fu il
propagandista più efficace dei primi e Mozart l'estimatore più convinto dei
secondi.
Il
pianoforte viennese ha il suo capostipite in Johann Andreas Stein già ricordato
come allievo di Silbermann e operante ad Augusta. Furono i suoi figli a
trasferirsi a Vienna dove, con l'ausilio di Johann Andreas Stein, perfezionarono
la meccanica dei padre nella quale il tasto agiva direttamente sul martelletto
senza interventi di leve intermedie.
| FIG.9
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Come
si vede dall'illustrazione 9 la meccanica viennese è quanto di più semplice
fosse possibile immaginare. Il martelletto C poggia direttamente sul tasto A
attraverso una piccola forcella B ad esso invitata. Quando il tasto si abbassa
la coda sporgente batte nel pancone G e spinge in su il martello liberando nel
contempo lo smorzatore inferiore K. ll sistema di scappamento è inserito nella
parte posteriore ed è formato da un birillo di scappamento E e da una molla H.
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Sono
questi i pianoforti viennesi; i pianoforti che rapidamente si imposero
all'Europa intera e i cui spesso numerosi accessori, come l'imitazione del
fagotto, l'arpa, il tamburo, la grancassa, i campanelli, il tuono, la pioggia,
deliziavano i salotti e aiutano a spiegare taluni esotici aspetti di certe
composizioni, come ad esempio il rondò "Alla turca" di Mozart.
Numerose celebri fabbriche sorsero allora (Graf, Brodman, Hofman, Leschen,
Jahesh, Dorrete.) che imperversarono fino ai primi dell’800 come dimostra il
catalogo degli strumenti posseduti da Beethoven. Successivamente il compositore
ebbe a disposizione un poderoso pianoforte Erard che gli consentì l'ideazione e
la realizzazione "di un virtuosismo non più da sala ma da teatro".
A
PARIGI
Quella
di Sebastien Erard è un'altra delle tipiche figure sette‑ottocentesche
che riassumono in sé i tratti del genio inventivo, dello scaltro commerciante,
dell'arrischiato imprenditore, del trepido innamorato dell'oggetto meccanico.
Giunto in Francia dalla Germania, Erard seppe non solo diventare il primo e più
importante costruttore francese, ma anche aggiungere allo strumento nel 1823
un'altra sostanziale novità: il doppio scappamento. Questo meccanismo di
attuazione molto complessa consente in pratica di arrestare il ritorno del
martello a metà della sua caduta, permettendo la ripetizione della stessa nota
anche quando il tasto non sia tornato in posizione di riposo. Ciò significa non
solo la possibilità di ripercussioni veloci (nei ribattuti, nei trilli etc.),
ma anche quella di una molto maggiore dosabilità del peso di ciascun tasto.
| FIG.10
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La
sua meccanica (fig. 10) appare anche a occhio, estremamente complessa. Tutto il
complicatissimo gioco delle leve, delle linguette, delle staffe, delle molle e
doppie molle e tuttavia un ulteriore e determinante passo in avanti verso la
semplificazione del rapporto fra azione della mano e suono prodotto, che assicurò
ai pianoforti Erard un successo senza precedenti.
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Da
un trattatello scritto nel 1876 da Cesare Ponsicchi "accordatore del Regio
Istituto Musicale di Firenze" traiamo le seguenti frasi: "Non
c'illudiamo, si dice da taluno che la Casa Erard dorme sugli allori passati, ma
osserviamo francamente i prodotti delle migliori Case, tutti dal più al meno
hanno adottato il meccanismo Erard modificandolo si, ma è sempre quello; ciò
prova che in perfezione non si può andare più in là". A determinare
la nascita di una terza dinastia di pianoforti, quella francese, contribuirono
negli anni seguenti i Pleyel, gli Herz, i Boisselot, i Gaveau.
VERSO
IL PIANOFORTE MODERNO
A
questo pianoforte divenuto ormai una macchina perfettamente strutturata, mancava
però ancora paradossalmente una caratteristica fondamentale per avviarsi a
somigliare da vicino allo strumento odierno: il suono.
Il
timbro dei pianoforte è determinato sia dal fatto meccanico, velocità e tipo
di moto del martello, che ovviamente da quello materico e costruttivo, qualità
dimensioni estensione delle corde, forma e consistenza del telaio.
Un'ininterrotta e minuta serie di modificazioni a questi elementi contrassegnò
l'approssimarsi al pianoforte moderno determinata a sua volta oltre che da
fattori tecnici (l'innalzamento del diapason passato dai circa 400 c/s medi dei
primi dell'800, ai 447 c/s applicati dall'Opera di Vienna nel 1878, ai 432 c/s
fissati internazionalmente a Milano nel 1880: l'accresciuta pesantezza della
meccanica per cui sono stati calcolati in 30ein 80 grammi i pesi medi delle
forze necessarie per abbassare un tasto rispettivamente di uno Stein della fine
dei '700 e di uno strumento moderno) anche da elementi esterni: la necessità
imprenditoriale di diffusione e quindi di resistenza e adattabilità a
condizioni ambientali diverse; l'esigenza sociale di divulgazione che significa
uscita dai piccoli salotti e ingresso trionfale nei teatri e negli auditorium;
la necessità compositiva di uno strumento capace di confrontarsi con la grande
massa orchestrale nel concerto solistico, uno dei generi più apprezzati dal
pubblico ottocentesco per l'affascinante commistione di dramma, virtuosismo,
gestualità, ricchezza di invenzione musicale. Per quanto riguarda quest'ultimo
aspetto tuttavia è, ancor più che per gli altri, impossibile distinguere dove
sono le cause e dove gli effetti; dove cioè è lo stimolo dei compositori a
produrre nuovi strumenti e dove è determinante il viceversa.
Sta
di fatto che dapprima aumentò l'estensione (dalle 4 ottave iniziali rapidamente
si passò alle 6 verso la fine dei secolo e poi già nel 1824 alle 7 chesono
quasi quelle attualmente normali), poi la tensione delle corde grazie
all'utilizzazione sempre più larga di parti metalliche (nel 1799 Smith applicò
le prime staffe di ferro al telaio fino ad allora completamente in legno,
Broadwood perfezionò il sistema nel 1808 e nel 1822, nel 1820 gli inglesi Thom
e Alien realizzarono un telaio in due blocchi interamente metallici, nel 1825
l'americano Badcock fuse il telaio in un unico blocco di ghisa, nel 1843 il
francese Bord ideò il capotasto cioè la sbarra che delimita la parte di corda
effettivamente vibrante, nel 1859 intervenne Steinway applicando l'incrocio
delle corde e brevettando il primo grande telaio monoblocco in acciaio,
modificato poi nel 1872 nel tipo detto "Cupola Iron Frame" e infine
nel 1876 nel telaio a cupola ancor oggi adottato).
Tutti
questi interventi modificano profondamente il timbro dei pianoforte, ma
determinano anche una serie di problemi pratici ancora oggi irrisolti a livello
teorico. Prendiamone uno a titolo d'esempio. Ampliando l'estensione della
tastiera subentrano implicazioni di carattere psicoacustico che gli accordatori
devono provvedere a risolvere con accorgimenti tecnici. Le caratteristiche
psicofisiche del nostro orecchio fanno si che si crei una discordanza fra la
progressione geometrica delle frequenze e la progressione dell'altezza per i
suoni in successione melodica. Ciò significa che il nostro orecchio, oltre una
certa soglia, non percepisce più come rapporti perfetti d'ottava suoni isolati
che invece lo sono dal punto di vista fisico.
| FIG.11
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Il
diagramma di Stevens e Wolkmann (Fig. 11) concretizza statisticamente tale
fenomeno. Nell'asse orizzontale vengono indicate le frequenze di un suono dato e
delle sue successive ottave ottenute con una progressione geometrica. Nell'asse
verticale è posta la scala dei Mel, quell'entità che si è reso necessario
istituire per misurare le altezze che il nostro orecchio percepisce
imperfettamente. Come si noterà fino a una frequenza di 500 Hz il tracciato
coincide; oltre questa soglia c'è un progressivo schiacciamento dell'altezza
percepita.
A
tale inconveniente deve rimediare l'accordatore, e in effetti un buon tecnico lo
fa sempre, alzando progressivamente le frequenze delle ottave acute.
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LE
GRANDI FABBRICHE
Nel
cinquantennio compreso tra il 1825 e il 1875, il pianoforte diventa finalmente
adulto e l'industrializzazione della produzione raggiunge la più ampia
diffusione anche geografica.
Abbiamo già citato molti
nomi gloriosi ai quali potremmo ora aggiungere quelli tedeschi di Seiler, Ibach,
Schiedmayer, Kaps, Steingräber, Hartmann, quelli austriaci di Tomaschek,
Wopaterni, Hofbauer, e altri francesi, svizzeri, spagnoli, russi e danesi. Nello
stesso periodo si affacciano alla ribalta di un mercato ricchissimo le prime
fabbriche americane (Babeock, Chickerin, Knabe, Emerson), che prolungarono molto
oltre quelle europee la produzione di pianoforti a tavolo, e anche in Italia si
inizia una produzione che in verità è sempre stata piuttosto modesta. Il già
ricordato Ponsicchi pensa che sia colpa della nostra esterofilia congenita e
cita i famosi pianoforti Roeseler di Torino, che debbono la loro fortuna al
fatto di dichiararsi berinesi, e gli Aymonimo, i Barra, i Lachin, i Sievers etc..
Ma
è soprattutto in questo cinquantennio che nascono quattro grandi fabbriche che
hanno poi monopolizzato il mercato per più di un secolo: la Bösendorfer di
Vienna, la Steinweg di Seesen che poi diventerà la Steinway di New York, nel
1853 la Blüthner di Lipsia, nel 1856 la Bechstein di Berlino.
Per
molto tempo particolari caratteristiche timbriche o acustiche hanno
caratterizzato i pianoforti di queste marche: un suono abbastanza dolce e
scorrevole, anche se, quando necessario, poderosamente aperto, nel Bechstein che
lo rendeva privilegiato per l'esecuzione degli autori romantici e tardoromantici
e ammirato da esecutori come Liszt, Bülow (che vi eseguì la "prima"
della Sonafa di Liszt), Tausig, Anton Rubinstein, fino al più recente Backhaus;
una eccezionale resistenza nel Blüthner oltre un timbro e una sonorità dei
tutto particolari perchè determinati dal sistema aliquot, brevettato nel
1873 da Julius Blüthner, che consiste nel dotare di una quarta corda, accordata
all'ottava superiore e vibrante per simpatia, le note dal do 4 in su; la
maestosa qualità dei suono e la scorrevolezza meccanica dei Bösendorfer unico
ad avere un modello dell'estensione di 8 ottave. I pianoforti che però hanno
veramente segnato una definitiva svolta nel gusto e in qualche modo costretto
quasi tutti gli altri a cercare di imitarli sono stati gli Steinway. Si è già
accennato all'origine tedesca della famiglia Steinweg che trasferitasi negli
Stati Uniti verso il 1850 tramutò il proprio cognome in Steinway. La fabbrica
tedesca rimase, col nome Grotrian Steinweg, continuando a produrre ottimi
strumenti prediletti tra gli altri da Walter Gieseking. Le ragioni del successo
della Steinway vanno cercate soprattutto nello scientifico studio delle
migliorie acustiche, operato primariamente da Theodor Steinway a partire dal
1860, nella eccezionale duttilità quasi fisica della tastiera che possiede sue
particolarissime profondità, pesantezza ed elasticità, nell'impersonalità del
suono suscettibile di assumere qualunque colorazione, intensità d'attacco o
velatura, nella proverbiale resistenza.
| FIG.12
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A
Theodor Steinway si devono anche ulteriori perfezionamenti nella meccanica (Fig.
12) e il brevetto del "pedale tonale" che mantiene alzati gli
smorzatori dei tasti abbassati nel momento in cui lo si aziona, permettendo la
sovrapposizione dei suoni lunghi e suoni staccati.
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Della
storia e della struttura dei pianoforte verticale, che tanta importanza ha avuto
ed ha nella diffusione non solo dello strumento ma anche nella musica "tout
court", ci occuperemo in seguito. Per quanto riguarda il pianoforte a coda
la sua evoluzione può dirsi conclusa all'inizio del nostro secolo. Saprà
sopportare gagliardamente, senza la necessità di ulteriori perfezionamenti, il
mutare, spesso violento e contraddittorio, delle estetiche compositive e delle
tecniche strumentali che col volgere del secolo cominciarono ad accavallarsi
sempre più affannosamente (basti ricordare i successivi tentativi
"percussivi" di Bartok, Strawinsky, Prokofiev, quelli neo-clavicernibalistici
di Strawinsky stesso, quelli "geometrici" di Hindemith). Saprà
mantenere la funzione di strumento laboratorio, sede privilegiata, per la sua
concentrazione, degli esperimenti linguistici (ancora Schönberg, che pure non
era pianista, concretizzò sul pianoforte prima che con altri organici
strumentali, così come aveva sempre fatto Beethoven, le soluzioni che lo
portarono a comporre col metodo dodecafonico). Saprà rivestire il ruolo del
protagonista anche attraverso i mascheramenti e gli straniamenti della
"preparazione" (il sistema per cui, primo il compositore John Cage, si
ottengono nuovi timbri inserendo tra le corde oggetti di varia natura: fogli di
carta, strisce di feltro, pezzi di gomma, di metallo etc.). Saprà insomma
allontanare, e ne vedremo i modi, quel crepuscolo che quarant'anni fa si voleva
già irreversibile.
Ringraziamo
per la preziosa collaborazione il Sig. Claudio Bussotti e il Dott. Claudio Bini.
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