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I KLAVIERSTUCKE di K. Stockausen
i Klavierstucke di Stockhausen
sono ormai considerati un classico della letteratura pianistica contemporanea, e sono
oggetto di numerosi studi e analisi musicologiche.Riportiamo una intervista che il maestro
ha rilasciato al giornalista Umberto Padroni, dove mette in risalto le tematiche
fondamentali della sua opera. Un documento indispensabile per chi vuole avvicinarsi al
pensiero compositivo di Stockhausen.
I suoi Klavierstucke sono una sorta di diario
della sua vita artistica: cosa può dire della evoluzione che nel loro insieme rivelano?
E' un libro di composizione.Il termine
"pezzo" è pertinente poichè in ciascuno di essi c'è una unità, un
"tutto"che io avevo stabilito in precedenza, si tratta insomma di un organismo
con tutti gli aspetti della composizione, in questo senso ogni pezzo rappresenta l'essenza
dell'insieme dei problemi compositivi di un determinatoperiodo creativo.Il klavierstucke
n.14 è invece l'epilogo di una storia, ovviamente personale, della scrittura pianistica:
si tratta di un organismo disposto in cinque strati in cui cerco via via di creare un
corpo unico, unitario, assolutamente privo di aspetti autonomi, separati.Con il
Klavierstucke n.13 ho composto il pezzo per pianoforte più esteso ( 36 minuti) a Metz, la
prima esecuzione nel 1981. Vede? la durata è un parametro molto importante, e riguarda la
materia: è come un ponte moderno che può attraversare il Reno in una sola campata. Io ho
inteso allargare la durata al massimo, mantenendo la tensione e magari accrescendola con
ogni mezzo, pur nella consapevolezza dell'assenza, ad esempio, della componenete armonica
su cui un tempo si poteva contare: pensi alle modulazioni, che strumento fantastico per
dare tensione ad un periodo! Noi non possiamo più utilizzare questi mezzi e dobbiamo
ricorrere ad altre invenzioni. Il Klavierstuck n.14 l'ho scritto per P. Boulez, ma esso
farà parte anche di Lunedì da "Luce". Durante l'opera si ascolterà, su
qualche accordo dei ragazzi, questo pezzo per pianoforte che è del 1985.
Maestro, lei, uomo dei suoni, delle alchimie
sonore, ha utilizzato i più singolari complessi, e il mezzo elettronico con risultati
affascinanti; il pianoforte come macchina sonora, non le è andato mai troppo stretto?
Con il Klavierstuck n. 14 mi sembra di
essere giunto alla conclusione della produzione per pianoforte. Penso con convinzione che
il Klavierstuck n. 13 sia davvero l'ultima composizione. Perchè, vede, nello scrivere per
pianoforte io ho trattato questo strumento sollecitandolo in tutta la sua realtà fisica:
legno, strutture metalliche etc..Così il pianoforte non serve più al pianista, ma è il
pianista che serve lo strumento e lo tratta come una creazione dell'uomo. Tutto ciò si
sente e si vede, e c'è anche la voce che integra il rapporto del musicista con lo
strumento come un pianista o un direttore d'orchestra nel proprio studio canta, fischia
partecipa al fatto musicale con tutto se stesso, insomma fa veramente musica: in questo
caso il pianoforte rappresenta per quest'uomo tutta la musica: nella sua immaginazione
esso sintetizza tutta un'orchestra, un grande organo, un insieme di percussioni etc..In
questo senso, alla fine, ho trattato il pianoforte: il pianoforte come universo sonoro ,
Dopo questo pezzo non ci saranno più pezzi per pianoforte ma per altre tastiere com un
tempo ci fu il passaggio dalla tastiera del clavicembalo a quella dell'Hammerklavier, e da quest'ultima a quella del
pianoforte;
dopo questo 14° pezzo, il prossimo sarà per un'altra tastiera, almeno un altro genere di
pianoforte, un nuovo strumento con un certo numero di timbri, più ricco, e con il quale
muovere i suoni nello spazio; uno strumento, tanto per intenderci, capace di darmi non
solamente i timbri delle vocali ma anche quelli delle consonanti. Il pianoforte, come lo
vediamo e sentiamo oggi, è finito e con esso il periodo di storia che lo riguarda. Nel klavierstuck n.13 lei può vedere come in venti anni sia maturato un pezzo che concluda,
sul piano dello spirito la relazione dell'uomo con l'ultimo prodotto Steinway. Chiuso. Il
Klavierstuck n.14 è quindi una coda alla conclusione di questa evoluzione.
I suoi Klavierstucke appaiono sempre più come
uno strumento atto a stabilire una sorta di simpatia cosmica con il mondo
In un certo senso si. Se lei si mette
al pianoforte, senza essere un pianista, ed esegue alcune misure di un klavierstuck si
accorge subito che ho reso udibile l'interiorità del suono. In questo senso il suo
sentimento, o quello di chiunque esegua questi complessi organismi musicali, non può
rimanere estraneo all'influenza degli armonicirealizzati in tutta la molteplicità dei
metodi da me utilizzati per renderli udibili fino al punto da raccogliere tutta la scala
in un suono ottenuto dalla pressione su un solo tasto, quindi fino al suono contenente la
più vasta banda sonora: la scala risulta così compattata in un suono ricchissimo.
Ancora: i numerosi modi di utilizzare il pedale con l'attacco del suono, subito dopo
l'attacco, ancora un pò dopo l'attacco liberare il suono con il pedale e poi diminuire
fino a metà dell'intensità: tutte queste indicazioni inducono l'esecutore ad ascoltare
e a raccogliere dal pianoforte tutto un universo sonoro, e gli capita ciò che
accade a chi lavora a lungo al microscopio, il quale interpreta il suo campo visivo come
come l'universo, e come facciamo noi, del resto, quando intendiamo universo il nostro
pianeta con i suoi abitanti ecc..Tra tutto ciò e la mia concezione dell'estrema fruizione
del pianoforte c'è una relazione: intendo mettere l'uomo "dentro" il
pianoforte, nel suo interno; per questo utilizzo i microfoni: idealmente colloca ogni uomo
dentro il pianoforte, almeno assai vicino quanto il pianista, ma in fondo molto molto di
più; insomma io intendo, come ho fatto a Osaka, mettere il pianoforte "intorno"
all'ascoltatore, affinchè egli possa udire ogni finezza, ogni particolarità del suono in
tutte le sue componenti che in una sala tradizionale, in un comune concerto, sfuggono.
Oggi è possibile una utilizzazione del pianoforte, non solo per il pianista che da sempre
dovrebbe essere sensibile alla ricchezza di questo mondo sonoro, anche da parte
dell'ascoltatore. Mi interessa molto affermare che per me ogni suono è un essere vivente,
con una testa, un corpo etc..
Questa concezione trascende ogni estetica intesa in modo
tradizionale.
Mah, vede, il pianoforte è stato utilizzato
fondamentalmente come strumento per trasmettere i sentimenti e le emozioni dell'uomo in
una gamma mentalmente molto ricca - non solo di psicologia, come nel romanticismo ma anche
nel periodo classico e barocco - fino al nostro secolo, con Debussy e Ravel che hanno
trovato, per le loro composizioni, delle finezze di una luminosità straordinaria, delle
sonorità autenticamente vibranti. Tutto ciò oggi si valuta nel suo ruolo di preparazione
alle nuove frontiere: la nostra generazione ha rivelato una particolare attenzione per la
struttura del suono e soprattutto per la relazione tra l'interno e l'esterno del suono, e
per quella esistente tra suono e suono; vede? un complesso produttore di suono,
elettronico o fisico, offre al compositore una vastissima gamma di scelte che fino ~
qualche tempo fa non erano sfruttate a fondo; oggi ci si muove secondo tutt'altra
concezione, certamente diversa da quella che guidava il compositore ad armonizzare una
melodia o a mettere in contrappunto tre voci. Oggi molto interesse è rivolto al complesso
generatore di suono o ad una serie di complessi messi in relazione e sollecitati in tutte
le loro particolarità, per quanto attiene agli attacchi, allo sviluppo delle relazioni
sonore, alle conclusioni. Questo è il problema più scottante della mia generazione.
Secondo lei nei secoli scorsi è emersa qualche figura di
compositore animato dal suo stesso interesse per il suono?
No. E' un problema di questo tempo. La storia della
musica vive in un costante progresso e se certamente musicisti del passato erano tutti
interessati ai problemi del suono dei loro anni, ognuno di essi ha utilizzato le scoperte
e le conquiste di coloro che sono venuti prima, in un'ininterrotta evoluzione globale. Io
ho studiato Bartok, Hindemith, Schoenberg, tutti compositori che io ho eseguito all'esame
finale, al Conservatorio di Colonia, con opere di Essemberg, l'ultimo allievo di
Hindemith, un musicista che in Italla non è conosciuto: era la musica più avanzata del
mio tempo; a questo punto mi sono chiesto: io che faccio? E, per rimanere nell'ambito del
pianoforte, io ho cominciato a comporre i primi pezzi: per andare avanti, o, se
preferisce, per fare cose nuove. Perché questa è una necessità: non è possibile
percorrere itinerari già percorsi, e questo io l'ho capito fin da quando studiai per
lunghi anni Schubert, il Clavicembalo ben temperato, alcune Sonate di Beethoven e
molto Mozart. Queste opere mi insegnarono molte cose e tra esse il senso dell'evoluzione
che la loro successione indicava, cioè i risultati di volta in volta successivi; i miei Klavierstucke
sono quindi una proposta ulteriore al già esistente, nel senso del progresso, e a
loro volta sono un riferimento per coloro che verranno e che dovranno tirare le
conseguenze prima di dare il loro contributo al progresso. Si tratta, come vede, di un
processo vitale, vivente, organico. La storia non conosce fratture, indipendentemente dal
talento dei protagonisti e dal valore dei loro contributi.
I compositori della sua generazione non hanno molto amato il
pianoforte..
Non credo che il problema sia amareo
no il pianoforte; certamente pochi erano pianisti. Boulez è pianista ed ha scritto tre Sonate
e una composizione per due pianoforti: Structures. Berio ha suonato un po' il
pianoforte - non so se è stato davvero pianista - ma le sue poche cose per pianoforte
rivelano una conoscenza non superficiale della tastiera. Messiaen - che ha una ventina
d'anni più di noi - era un pianista autentico, questo è importante. Per il pianoforte si
verifica una cosa diversa di quanto accadde per gli altri strumenti: non mi riesce
immaginare Bach, la sua musica clavicembalistica, senza vederlo quotidianamente alla
tastiera; ma anche Mozart, che a quattro anni già aveva una certa confidenza con il
clavicembalo, e Beethoven, che è stato un vero pianista: non alla maniera del concertista
d'oggi, ma un pianista di grande solidità e formazione: certe sue soluzioni le può
trovare - e osare - solo un vero pianista. Lo stesso discorso vale per Liszt, ovviamente
per Debussy, e anche per Schumann, che aveva perdi più al fianco Clara... Essere pianisti
presuppone un rapporto diverso con lo strumento che essere flautisti o contrabbassisti: è
quasi una condizione. Vede? non è la stessa cosa, per me, che scrivere per un altro
strumento che non conosco, anche se, come nel caso del clarinetto, per il quale ho scritto
diciotto opere, ho la collaborazione, ormai da quattordici anni, di Suzanne Stephens: ogni
giorno, per ore, sento esercizi nell'altra stanza; ho così scoperto anche il corno di
bassetto, e quando scrivo qualcosa per questi strumenti, mi precipito da lei per udirlo
subito, per verificare se funziona: questo è importante per andare avanti. Nel passato
tutti i compositori avevano grande confidenza con il pianoforte. Nella generazione di
mezzo i rapporti sono mutati e, ad esempio, Webern è stato un cattivo pianista, e lo si
avverte dal suo modo di trattare il pianoforte, che è molto, molto semplice, fino alla
limitatezza: egli non ha mai osato. Frank Martin, mio insegnante al Conservatorio di
Colonia (nel 1951 per sei, sette mesi), era un buon pianista: tutte le sue opere per coro
misto, per orchestra, il Concerto per violino le ha scritte al pianoforte e
a noi egli suonava sue opere al pianoforte. Stravinsky ha scritto tutto al pianoforte. I
problemi odierni, invece, non sono risolvibili al pianoforte. Io non ho mai composto al
pianoforte, se non alcuni pezzi per questo strumento, ad esempio Mantra, un pezzo
di settantadue minuti per due pianoforti. Certamente mi è capitato di controllare qualche
successione di accordi e qualche diteggiatura. In generale non scrivo in prossimità del
pianoforte, ma del sintetizzatore, che è in un'altra parte del mio studio... In passato,
invece, ritenevo utile mettermi al pianoforte e improvvisare per un'ora buona e calarmi
così in una stimmung, in un'atmosfera, anche per favorire una certa concentrazione sul
suono. Nell'esercizio della mia professione è talvolta necessario concentrarsi ed
ascoltare, e molto spesso la decisione che ne consegue è il risultato di questa
elaborazione interiore. Al-tre volte il controllo è davvero a posteriori: in questo senso
il Ktavierstuck n. 9 è stato una vera scoperta. Quando mi sono messo al pianoforte
ho scoperto che a velocità differenti la ripetizione di un accordo dà risultati non solo
timbricamente diversi ma anche il ruolo dei componenti l'accordo muta e anche se io eseguo
correttamente le quattro note, una di esse può assumere un peso diverso per via della
presenza del pedale. Il pezzo deve quindi essere suonato tenendo presente il metronomo
fissato su 160: a 170 o 150 l'effetto ottimale si dissolve. Tutti gli effetti emergenti
dal Klavierstuck n. 6 - effetti che in precedenza io non conoscevo - li ho invece
elaborati al pianoforte. Dopo gli studi in Conservatorio io mi sono chiesto come allargare
le possibilità di attacco del suono e ho proceduto scientificamente con il pedale, senza
pedale, con il pedale prima del suono, con il pedale dopo l'attacco, mezzo pedale prima,
mezzo pedale dopo ecc. Sono giunto così a catalogare tutti gli sforzati, gli staccati,
portati in tutta una gamma di effetti: c'è una serie di dodici attacchi diversi fissati
da me in funzione di questa composizione. Anche in relazione al KLavierstuck n. 13 ho
scoperto molte cose al pianoforte: risonanze diverse ecc.
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